Perché il terzo settore ha bisogno del community organizing

da | 12.02.21 | Italia

Organizzare comunità significa per il terzo settore italiano sia coinvolgere in modo più autentico e profondo le destinatarie e i destinatari dei propri interventi, lavorando sulla creazione di legami di solidarietà, sia influenzare, grazie alla propria presenza capillare e capacità di coinvolgimento, le politiche pubbliche, in modo da passare da un approccio basato sulla carità e uno basato sulla giustizia sociale.

Come ha scritto Stefano Zamagni, “il Terzo Settore non può esimersi dal porre in cima ai propri compiti la della comunità, lo sforzo costante di fare luogo per creare quelle relazioni che scongiurano la minaccia dell’isolamento. Se questo è l’obiettivo, la strategia di lungo termine da perseguire è allora quella di dare ali a pratiche di organizzazione delle comunità (community organizing). E’ questo un modo alternativo di impegno politico che consente alle persone, la cui voce mai verrebbe udita, di contribuire al processo di inclusione sia sociale sia economica”. 

Come hanno scritto Giovanni Moro e Ilaria Vannini, “l’impatto della società civile è significativo, soprattutto per quanto riguarda il soddisfacimento dei bisogni della società e la responsabilizzazione dei cittadini. Tuttavia, la capacità del settore di ritenere lo Stato responsabile e influire sul processo decisionale deve ancora essere pienamente sviluppata”.

Per avere impatto, occorre che le organizzazioni del terzo settore sappiano coinvolgere oltre la cerchia di persone già attive. Ma per penetrare nel tessuto sociale e coinvolgere gli esclusi, occorre partire da un atteggiamento diverso rispetto al dispiegare su un territorio o organizzare proteste. Occorre invece partire dall’ascolto e dal coltivare la leadership delle persone direttamente colpite dai problemi sociali a cui si tenta di far fronte. 

I problemi sociali non derivano dalla mancanza di soluzioni tecniche. Derivano da dinamiche di che impediscono il corretto dispiegamento di risorse verso le possibili soluzioni. Analizzare, comprendere, relazionarsi e negoziare con le dinamiche di potere e i processi decisionali istituzionali rappresenta una sfida necessaria se si vogliono ottenere cambiamenti sistemici sul medio-lungo periodo.

A un diffuso cinismo sulla possibilità di comportamenti istituzionali diversi si unisce una dipendenza dalle istituzioni sia in termini di fondi, che di legittimazione ad agire, che di immaginazione di processi di partecipazione diversi.

La visione alternativa si fonda invece sulle pratiche di incoraggiamento di una leadership diffusa, sull’ascolto delle motivazioni e delle risorse presenti in una comunità, sulla creazione di coalizione civiche in grado di mettere insieme prospettive e organizzazioni diverse rispettandone l’autonomia, sulla capacità di leggere e disegnare soluzioni in modo autonomo dalle pratiche istituzionali disfunzionali esistenti. 

Nessuno nasce cittadino. Come ogni cosa che ha valore e si fonda su una saggezza conquistata autonomamente, anche la cittadinanza richiede il coinvolgimento in processi trasformativi.

Il community organizing è un insieme di pratiche per la di leader locali e la creazione di coalizioni civiche per la rigenerazione urbana, lo sviluppo territoriale e l’inclusione sociale. 

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